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Tavole di riflessione di Angelo Scialpi27 gennaio 2012: Giorno della MemoriaA volte abbiamo bisogno di sentire più volte lo stesso racconto per poterlo interiorizzare e renderlo parte della nostra storia, della nostra consapevolezza, del nostro modo di vivere. Oggi ricordiamo la Shoah, quella che molti chiamano olocausto, altri sterminio o eccidio; il mondo civile dovrebbe chiamarlo vergogna e il riferimento va certamente esteso alle esperienze dei nostri giorni.
Viene voglia di soffermarsi e riflettere con obiettività sul giorno della memoria e immaginare, pur senza averlo vissuto, il ricordo di un evento esecrabile, come in un film, anche se il film termina la propria influenza non appena fuori dalla sala, pur lasciando indelebili alcune immagini. “La Shoah è un tragedia che non si deve mai dimenticare e la nostra Costituzione è un baluardo che dobbiamo portare come uno scudo - ha detto il ministro dell'Interno, Annamaria Cancellieri - Con la Shoah si è andati comunque al di là della legge divina e di quella del cuore”. Ricordando, sembra di assistere all’inimmaginabile farsi realtà, all’impensabile divenire ideologia nefasta e deviazione intellettiva che lascia con il fiato spezzato, alla fratellanza come ad una opportunità per lasciare nella storia degli uomini il segno di una grandezza folle. Certo gli Stati sono sovrani, ma gli uomini non hanno nessun diritto di reprimere i loro simili per una dannata ricerca del potere, destinata quasi sempre a finire nel sangue. Occorre sempre pensare alla maggioranza degli uomini, e mai agli interessi di pochi. Pensare al come sia possibile che un sistema politico possa degenerare al punto da voler distruggere intere popolazioni che pur hanno legittimato lo stesso sistema politico per regolare i propri bisogni; concittadini di una medesima patria. L’esperienza delle celebrazioni per il 150° della Unità d’Italia ha evidenziato quanto difficile e grande sia la costruzione del senso dell’appartenenza ad una nazione unita e indivisibile. Abbiamo vissuto la epifania della cittadinanza e della italianità che si spera possa emergere nella sua forma più bella nel corso degli anni prossimi, come sempre è stato attestato a livello di preziosa individualità e inimitabile bellezza dell’ambiente. Allora la crisi è politica, cioè della persona preposta alla cosa pubblica? La popolazione aumenta demograficamente giorno dopo giorno, e la stessa si fa carico della gestione delle sue cose e dei suoi ordinamenti andando a contribuire, con parte consistente del proprio reddito e delle proprie sofferenze al solo fine di stare bene, forse meglio, almeno di vivere in maniera equa e regolare, soprattutto dentro la legalità. La gente dona al loro rappresentante pubblico la speranza di un impegno primario per la guida collettiva, fatta salva quella personale per la quale pur occorre saggezza e considerazione del denaro, oculatezza e capacità di discernimento, rispetto continuo per il prossimo; quell’impegno primario non può essere ritenuto una cambiale in bianco, ma deve tradursi costantemente in beneficio collettivo ed essere verificato sulla base della onestà, regolarità, discernimento oculato per poter essere mantenuto fino alla fine dell’incarico temporale. La fiducia non può mai essere incondizionata, ma continuamente verificata sulla base della legge morale e del rispetto dei propri simili. Le popolazioni hanno vissuto e vivono continuamente repressioni di questo genere, per nulla accettabili, per fortuna, da parte della comunità internazionale che dovrebbe essere sempre vigile e attenta, come lo è, allo svolgersi negativo e irregolare dell’impegno politico e amministrativo all’interno di una nazione qualsiasi dove la brama di potere viene assimilata alla stessa devastazione fisica e psicologica. Il cittadino, allora, rimane l’unico baluardo della legalità e della giustizia, del rispetto e della osservazione dell’andamento della cosa pubblica; al cittadino è demandato il dovere di verificare continuamente e con accortezza la tenuta leale della politica, ma non solo, visto che i sistemi sono spesso integrati negativamente quando viene meno il concetto basilare di rispetto della persona. Si dice che la persona umana viene prima della legge! E’ vero, ma deve essere vero anche il fatto che la formazione viene prima del diritto. Le difficoltà del nuovo millennio sono tutte da verificare e da svolgere all’interno di nuovi canali formativi e conoscitivi affinché possano emergere nuove competenze per vincere la sfida lanciata dai tempi moderni. Credo sia giunto il momento di guardare oltre; forse di guardare a noi stessi per poter far rinascere dalle ceneri dell’olocausto, ma non solo, l’anima vera e forte di un mondo che non può permettersi di fermarsi di fronte ad una pistola o ad un carro armato. Dio ha creato l’uomo per dare gloria e senso all’universo. La morte, se è al tempo stesso resurrezione, deve poter continuare a dare energie nuove e forza di vita che deve inondare la singola persona dentro la quale si nasconde e viene custodita la speranza di riuscita di tutte le cose. Possiamo possedere la bomba atomica, possiamo anche possedere l’automobile più bella e più costosa congiuntamente ad un portafogli stracolmo, ma rimane da guardare con distacco alla nullità dell’uomo di fronte all’improprio utilizzo della ricerca come all’inutile utilizzo dell’effimero. La preziosità dell’uomo la si deve ricercare nella propria formazione e nell’uso della ragione per il suo bene e quello collettivo. In questo senso sembra essersi posto il Presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche Renzo Gattegna, il quale ha osservato come l'Italia debba essere “orgogliosa per la legge Mancino contro la discriminazione e per quella che istituisce il Giorno della memoria. Non sono - ha sottolineato - leggi che guardano al passato, ma al futuro, perché puntano ad educare i giovani”. Quanto alle famigerate leggi del 1938, ha rilevato inoltre Gattegna, “io le definisco razziste, non razziali, perché quello è il termine più appropriato e la Shoah non è stata una follia, ma una pianificazione meticolosa e scientifica per applicare criteri industriali all'uccisione di un popolo”. Il presidente emerito della Corte Costituzionale, Giovani Maria Flick, ha auspicato di “trasformare il ricordo in radice ed identità e trasmetterlo alle giovani generazioni per evitare che si perda con la morte degli ultimi reduci dei campi di sterminio”. Murales: Il drago:la lotta per il bene di Antonio LomartireInaugurazione del Museo Cinese23.1.2012 – 9.2.2013 Anno del dragoLa figura del drago è presente nell'immaginario collettivo di tutte le culture, in quelle occidentali come essere malefico portatore di morte e distruzione, in quella orientale come creatura portatrice di fortuna e bontà. Secondo le varie culture esso appare pauroso e quindi da eliminare, oppure riferimento della forza e del potere da venerare o imitare. In Cina, il Drago è il segno dell'Imperatore, assieme alla fenice, o l'elemento maschile Yang. Il Drago è, quindi, il simbolo del potere e della ricchezza. ll Drago cinese è una creatura mitologica ed è molto presente nelle manifestazioni popolari e folkloristiche. Nella cultura orientale il drago caratterizza, nello zodiaco, un anno particolare di nascita; così come altri anni prendono il nome di animali. I nati draghi possono essere: re, ufficiali militari, politici, musicisti, operatori di borsa, avvocati; persone di forza e di coraggio.
È giusto dire che le persone nate nell'anno del Drago hanno un naturale carisma e sono sicuramente dotate di potenza e fortuna. È improbabile che passino inosservati o ottengano il secondo posto in una competizione. Il Drago ha una mente attiva e mostra un forte interesse per il mondo che lo circonda. È una persona sicura di sé al punto da sapere come dare una buona impressione. Siccome sono più grandi della vita stessa, i Draghi fanno qualsiasi cosa su larga scala. Sono egoisticamente egocentrici e ambiziosi, al limite della megalomania. Non si fermano di fronte ad alcun ostacolo per ottenere ciò che desiderano. Una persona nata in questo anno indossa la corona del destino ed è capace di ottenere grossi risultati, se sa come sfruttare la sua straordinaria energia, l'intelligenza e il talento. Pur amando essere al centro dell'attenzione, queste persone hanno anche un aspetto coraggioso e caritatevole. I Draghi richiedono che le azioni, per loro o per gli altri, siano efficienti e sono sorpresi quando gli altri non riescono ad occuparsi di un compito; sono così trasportati dal processo di azioni che non vedono le debolezze delle altre persone. Si comprende, quindi, quanto notevole sia il valore esoterico del drago al punto tale che l’uomo, dotato di ragione, deve mirare ad eguagliarlo nella forza in ogni senso, anche quella del pensiero e dell’intelletto. Ciò che non è permesso all’animale deve poterlo compiere l’uomo grazie alla sua capacità e alla sua intelligenza. Si comprende subito come il riferimento a questo animale è un riferimento per raggiungere la maturità e rendere l’uomo forte e coraggioso. Nel drago sono presenti tutte le caratteristiche in grado di elevare l’uomo, se capace di raggiungerli. Forza e intelligenza appaiono essere le vie maestre di questo riferimento nel mondo orientale che sembrano stridere con la nostra cultura e le nostre convinzioni. Non sono in grado di definire una linea di demarcazione possibile tra la convinzione orientale e quella occidentale. Mi pare di poter affermare che il drago, nella Bibbia, simboleggia il male supremo, mentre il serpente, appartenente alla famiglia del drago, sia il diavolo che ha indotto al peccato originale. Ma, essendo la mia una interpretazione personale che prova a comprendere la diversità culturale in un momento storico di integrazione di uomini di diverse culture e religioni, mi pare di poter affermare, rispettando entrambe le convinzioni, che appare diverso il punto di riferimento e quindi non mi pare possano essere confutate, ma rese soltanto note per dovere di conoscenza. Un animale non è un uomo, per cui si tratta di un simbolo che diversifica nettamente le due culture e ne determina un diverso punto di vista e un diverso modo per raggiungere la maturità e la ragione. Forse il fine è molto simile se si pensa alla forza per far regnare il vero e la legalità. C’è da dire, però, che per vincere le avversità occorre forza e coraggio (da una parte), per vincere il male occorre forza e coraggio (dall’altra). Nella nostra cultura e religione, per vincere il serpente occorre sobrietà e dignità e, se vogliamo, ci riferiamo alla persona individuale; per vincere, invece, un male collettivo occorrono sacrifici e rinunce, ma anche perdite di vite, e, se vogliamo, possiamo riferirci alla politica. Forza e saggezza vanno sempre insieme, dovrebbero andare insieme, per realizzare la bellezza della esistenza. Esiste un agire collettivo e un agire individuale: entrambi producono la civiltà. La modernità di San Giorgio è tutta nella sua forza dirompente e moderna di essere guerriero della legalità, della giustizia, dei deboli, cioè, nell’accostamento che molti giovani dovrebbero trovare in lui. C’è necessità oggi di riferirsi ad un protettore guerriero e intelligente; c’è necessità oggi di essere sempre in guardia e di difendersi dal male diffuso e presente ovunque, ma ci dovrebbe essere anche la necessità di essere in grado di potersi avvicinare ad esempi di vita come quello degli eroi martiri e santi che abbiamo scelto a nostri protettori. Non si sceglie una persona solo perché ci piace, è la scelta più stupida, si sceglie una persona per essere simile, per avvicinarsi ad essa, per imitarla, per crescere insieme e attrarre altre persone. L’uomo non è una ciliegia, che raccogli e usi in sequenza di una tira l’altra; l’uomo è una entità irripetibile nella sua collettività, un universo, un mondo che tutti dovrebbero conoscere, imitare se utile, utilizzare per arricchire il patrimonio sociale e umano: la grande creazione di Dio. Nella vita di San Giorgio, la leggenda del drago comparve molti secoli dopo la sua nascita, nel Medioevo, quando la sua figura fu fissata come cavaliere eroico, che tanto ha influenzato l’ispirazione figurativa degli artisti successivi e la fantasia popolare. Essa narra che nella città di Silene in Libia, vi era un grande stagno, in cui si nascondeva un drago. I poveri abitanti gli offrivano per placarlo, due pecore al giorno e quando queste cominciarono a scarseggiare, offrirono una pecora e un giovane tirato a sorte. Un giorno fu estratta la giovane figlia del re, il quale terrorizzato dovette cedere e la giovane fanciulla piangente si avviò verso il grande stagno. Passò proprio in quel frangente il giovane cavaliere Giorgio, il quale saputo dell’imminente sacrificio, tranquillizzò la principessa, promettendole il suo intervento per salvarla e quando il drago uscì dalle acque, sprizzando fuoco e fumo pestifero dalle narici, Giorgio non si spaventò, salì a cavallo e affrontandolo lo trafisse con la sua lancia, ferendolo e facendolo cadere a terra. Poi disse alla fanciulla di non avere paura e di avvolgere la sua cintura al collo del drago; una volta fatto ciò, il drago prese a seguirla docilmente come un cagnolino, verso la città. Gli abitanti erano atterriti nel vedere il drago avvicinarsi, ma Giorgio li rassicurò dicendo che era stato mandato da Dio per liberarli dal mostro. Dopo la sua uccisione, il re e la popolazione si convertirono al cristianesimo. La leggenda era sorta al tempo delle Crociate e narra, inoltre, che il cavaliere abbia colto la rosa nata dal sangue del drago sconfitto, per farne dono alla principessa appena salvata. Simbolo di Cristo che sconfigge il male; altri vedono nella uccisione del drago la sconfitta dell’Islam, mentre Riccardo Cuor di Leone (1157-1199) invocò san Giorgio come protettore di tutti i combattenti; nel 1348, re Edoardo III istituì il celebre grido di battaglia “Saint George for England”, istituendo l’Ordine dei Cavalieri di San Giorgio o della Giarrettiera. Il bene, dopo strenua lotta, vince sempre il male e salva il debole; la persona saggia, nelle scelte fondamentali della vita, non si lascia mai ingannare dalle apparenze, ma libera sempre la propria anima nell’accrescere la propria sapienza. Il murales raffigurante due draghi in lotta tra loro, sono la rappresentazione concreta di quanto abbiamo osato affermare. L’artista ha inteso far convergere le due convinzioni nella maniera che solo l’ispirazione artistica riesce a produrre. I colori dominanti sono tre: il bianco, il nero e il rosso fuoco. Il bianco che rappresenta il bene e lo si può osservare nella parte alta dell’opera, quasi a voler determinare che il suo raggiungimento è il fine del vivere e la ricerca della bontà interiore. Da notare, credo volutamente da parte dell’artista, la somiglianza della nuvola bianca centrale all’immagine di un agnello, simbolo del sacrificio pasquale della religione cristiana, ma anche della purezza e della semplicità. Si notano anche delle figure angeliche su entrambi i lati. Di contro, invece, nella parte inferiore caratterizzata dal colore nero, sempre nella parte centrale, emerge una figura mostruosa che incute paura e rappresenta certamente il male profondo contro cui l’uomo è costretto a lottare se vuole emergere. Nel male ogni cosa sembra essere irrecuperabile, proprio come quando ci si trova nelle difficoltà terrene. Anche le altre figure nere sono espressioni potenziali del male. In ogni caso il bianco e il nero determinano, sia dal punto di vista logistico, che dal punto di vista del significante, un punto di incontro tra le diverse culture e concordano perfettamente con il disegno di un percorso di sofferenza per raggiungere il traguardo della bellezza interiore. Va evidenziato il fatto che, sia il campo bianco che quello nero, apparentemente definito astrattamente, in realtà determinano visioni esplicative all’interno del concetto del bene e del male. Il campo rosso centrale dell’opera, caratterizzato dal colore rosso, ridisegna la lotta continua tra il bene e il male, senza esclusione di colpi, a sostegno che l’uomo emerge solo e soltanto dalla sofferenza: una scuola di vita sempre operativa, in ogni circostanza, in ogni momento della vita. Il tutto è dominato dalla rappresentazione del sole che è calore e nuova vita al tempo stesso. Una opera pregevole che si inserisce nella cultura occidentale e rafforza il concetto stesso della lotta per il bene, ricorrendo anche a visioni laiche, ma pur sempre in grado di suggerire la ricerca del bene, visto che il bene che l’uomo produce rappresenta il segno della devozione, della legalità e della giustizia in ogni tempo e in ogni fede. Opera artistica di forte impatto i cui colori riescono a definirne il messaggio intrinseco, già di per sé! E non è poco vista la difficoltà del percorso che l’uomo deve compiere per ricercare il santo graal del bene e vincere il drago che è in lui. Sava - Convento Frati Minori - 30.12.2011 ... e se non fosse solo colpa dell’Euro?!A volte mi chiedo come è possibile indebitarsi pur rimanendo attenti nello spendere e facendo buon uso dei propri onesti guadagni. Mi do tante risposte, ma nessuna abbastanza pertinente che possa giustificare il caso; alla fine realizzo che si tratta di leggerezza o di desiderio irrazionale di possedere tutto. Sembra quasi che a venir meno sia la ragione e la considerazione della propria condizione economica; un sorta di collasso della propria coscienza.
E’ proprio vero che occorre vivere le situazioni difficili per poter trarre quell’insegnamento necessario per non trovarsi in difficoltà in altri momenti della vita. Pensare poi al fatto che il denaro, pur quando è abbondante, può provocare tante altre situazioni difficili a causa del vizio, del gioco, dell’alcol, della droga, del frequente cambio di auto, allora bisogna pensare che al denaro è legata più la capacità di gestirlo che l’abbondanza stessa. C’è, quindi, una situazione di forte responsabilità in un certo agire per passione o per vizio che lascia poco margine alla comprensione ed alla giustificazione. Non si possono fare acquisti senza tenere conto delle entrate e quindi del fatto che ci sono altre persone che dipendono da noi. Un comportamento non adeguato a queste attenzioni può provocare (mi riferisco a guadagni normali) una condizione di criticità economica che inizia col mettere in difficoltà persino gli stessi rapporti affettivi. Capisco la folla, la moda, la pubblicità, ma l’uomo deve, per forza di cose, essere più forte della folla, della pubblicità, della moda e dei vizi; quando questo non avviene inizia il lento declino della persona stessa e quindi della famiglia propria e di quella più in generale, visto che il coinvolgimento di altre persone è diffuso fatto irresponsabile e sciagurato, anche se in buona fede. In queste condizioni riprendersi è difficile, se non impossibile. E’ vero, ci sono le banche che possono aiutarci! Ma quando si comincia a chiedere prestiti senza giusta ragione, è molto difficile che si riesca a vincere la difficoltà del momento in quanto ciò che ha causato la sua difficoltà economica viene già da lontano e non si è trattato di un incidente o di una malattia che pure ci sono e ti avvinghiano alla pari di tutte le atre strozzature, ma di un modo sbagliato di vivere e di essere all’interno della famiglia e della società. Se alla leggerezza della persona ci aggiungiamo le difficoltà che provengono dalla gestione dei servizi e della politica, ma anche dallo stesso trascorrere del tempo in termini di ricerca e miglioramento delle soluzioni di vita, allora mi pare che il quadro sia molto preoccupante. Certo, c’è da dire che oggi, a fronte di un aumento della pressione dei bisogni e delle tasse, c’è anche la graduale riduzione dei salari, creando un giro vizioso dal quale non è facile rimanere indenni. Come i prodotti sono la conseguenza della ricerca, così l’uomo dovrebbe essere la conseguenza del tempo che vive nella società che si evolve continuamente a suo favore. Il problema è sapere se il progresso e la politica tengono conto delle difficoltà della persona, e se riescono ancora a considerarla! Ha colpa la persona in difficoltà, ma ha colpa anche la società in genere, come l’affarista di turno in grado di avviare meccanismi infernali che possono far rimpiangere qualsiasi decisione presa. Ho sempre sostenuto che il denaro non deve mai servire, diversamente sei asservito e sei costretto a vivere ai margini della società. Essere indebitato è come vivere senza anima, fuori dalla società, relegato in casa. Ricordo il mio primo stipendio di 220 mila lire. Mi sentivo ricco e non volevo sciuparlo inutilmente, anche se l’operaio all’ILVA, a quei tempi, ne guadagnava il doppio. Dopo qualche mese mi recai da un signore per chiedergli di vendermi un terreno edificabile per costruire la mia casa. Gli proposi una rata di £ 200.000 al mese e il rogito lo avremmo fatto al termine del pagamento, quale pegno della mia parola e fiducia. Il signore proprietario mi rispose che loro vendevano in contanti. Dopo qualche giorno, forse preso dalla rimorso, mi chiamò e mi comunicò che accettava la mia proposta, dopo aver sentito gli altri eredi. Venne così firmato il compromesso e avviai un procedimento che mi portò, dopo anni, a costruire la mia agognata casa; con essa ho imparato a costruire quella mia interiore, in grado di proteggermi per tutta la vita, costretto, come sono stato, a vivere misurando attentamente qualsiasi spesa per molti anni. Adesso spero che altri mi permettano almeno di continuare a essere in grado di mantenerla in ordine. Il denaro contiene un grande riferimento pedagogico per la vita! Ho sempre pensato, tornando alla gestione del denaro, che questo potesse essere un modo di agire diffuso e che la stessa gestione della cosa pubblica dovesse seguire gli stessi propositi e perseguire gli stessi obiettivi di un cittadino attento qualsiasi. Amaramente devo constatare che le cose non stanno così e che si stava meglio prima, o forse le cose andavano meglio. Ricordo che nessuno dei politici locali percepiva alcuna indennità e le entrate pubbliche erano minime, ma forse bene utilizzate, i primi compensi sono arrivati non molti anni fa, e sono cresciuti a dismisura, quasi senza ritegno e rispetto per i contribuenti. Il cittadino, invece di essere considerato, viene stretto sempre di più per pagare i danni commessi dai poco attenti delegati alla gestione pubblica, ma non solo, e dallo sperpero scellerato delle risorse pubbliche. Assieme ai compensi sono arrivati gli eserciti di guardie del corpo e di autisti, le 60.000 auto blu, e tutti i benefici di quella che impropriamente viene chiamata casta e non gente eletta per risolvere i problemi della gente e far crescere un paese, una nazione. In tivù, un parlamentare ha coraggiosamente giustificato i costi ingenti della politica facendo riferimento ad altre caste, ad altre lobbies, offendendo la gente onesta che lavora e paga le tasse per i servizi pubblici e non certo per la brama di apparire potenti anche quando, pur non avendo ricevuto un solo voto di preferenza, impongono i loro privilegi e li giustificano pure. Forse questa è la causa della rovina generale: non si può fare ciò che si vuole del patrimonio dei cittadini, peraltro senza considerarli tali. Allora casta chiama casta! Povertà crea povertà, ma anche ricchezza per pochi! A che cosa serve lavorare per uno stipendio divenuto irrisorio e comunque insufficiente abbastanza per vivere? Qualche giovane afferma già che il lavoro non risolve più le esigenze della vita. Verificavo che il costo della benzina sta per raggiungere quello dell’olio di oliva! Non capisco perché certi amministratori delegati sono costretti a guadagnare milioni e milioni di parcella, ricevere buone uscite (nonostante le buone entrate nelle patrie galere) da capogiro. Leggevo, poi, che quel direttore, utilizzando la carta di credito dell’azienda, ha consumato circa 80.000 euro di spesa personale in un anno nella maniera più irriguardosa possibile nei confronti di quella signora anziana che ha ricevuto una ingiunzione per pagare il canone rai che non può. Perché si permettono certe cose senza vergognarsi e senza ritegno? Dovrebbero andare via dall’Italia coloro che si permettono di distruggere il denaro dei cittadini solerti e contribuenti. Casta chiama casta! Purtroppo non è solo la politica, ma la informazione, la sanità, la meccanica, lo smaltimento rifiuti e chi più ne ha più ne metta, senza scordare le mafie. Il mentire al fisco sarà perseguibile penalmente. Era ora! Voglio vedere quanti saranno ancora capaci di intascare due cento euro per una visita medica da un povero diavolo, nonostante il servizio sanitario nazionale e il forte indebitamento pubblico per questo servizio; quanti avvocati continueranno a fatturare un quinto dei compensi; quanti dopolavoristi chiederanno centinaia di euro per un semplice intervento in casa. Quei patrioti, però, dando la loro vita per la nostra libertà non avrebbero mai pensato di dover ritrovare, dopo appena 150 anni, una nazione in queste condizioni. Adesso tutti dicono, con un governo tecnico in carica, di non far pagare il danno ai soliti noti che non hanno più la forza e le energie di farlo. Lo dicono tutti, ma gli altri gruppi, o lobbies, continuano la loro corsa per diventare sempre più privilegiati. Ma fino a quando? Forse fino a quando arrivano le banche, o gli usurai, oppure fino a quando un altro stato più ricco porrà una offerta pubblica di acquisto sulla intera nazione, compresi i cittadini. Lo scenario, come tutti quelli della difficoltà, è davvero preoccupante e richiede una presa di coscienza da parte di tutti e un pizzico di rispetto per quelli che hanno sempre creduto nelle istituzioni e le hanno sostenute. L’euro non è il solo colpevole, forse non lo è proprio, visto che conta sempre l’uomo, sia esso povero che ricco, faccendiere o politico, corretto o disonesto, onesto o mafioso. Speriamo che prevalga l’amore di patria! Illuminare col sorriso un solo uomo altro!A volte abbiamo bisogno di ripensare la serenità e di riscoprire l’unicità preziosa ed eterna della nascita di un bambino (e non solo), dell’amore dei genitori, della ricchezza dell’amicizia, del piacere di un sorriso, dello sguardo benevolo, anche verso se stessi, per l’ onestà di vivere e il piacere di arrecare beneficio agli altri grazie al dono del nostro talento.
Questo moderno uomo, preso dalla brama di potere e di denaro, percorre sentieri dove incontra sempre meno gente e la solitudine lo rende impavido, furtivo, sentendosi persino onnipotente nonostante i danni, le distruzioni, le ruberie, l’assunzione di arroganza e, al tempo stesso, di de-responsabilità, andando a frantumare persino la regola; la regola, sembra abbia sempre meno forza per poter incidere e riordinare il valore delle azioni e dei comportamenti. Ci si chiede a che cosa possa ancora servire un simile diffuso atteggiamento! Mi chiedo “a che cosa possono servire tanti denari sottratti alla collettività per il bene personale”. Non riesco ad immaginare come si possano utilizzare, dissipandoli, i beni degli altri. Azioni diverse che si conformano in un sistema di dolori e di sofferenze che si traducono in difficoltà per i molti onesti, in responsabilità e afflizione per coloro che possiedono poco, sempre meno rispetto agli impostori per i quali anche il carcere sembra essere divenuto un servizio da sbrigare lungo il percorso delle faccende personali e non rappresenta più alcun ostacolo alla immoralità e alla disonestà: grandi impedimenti al vivere sociale. Il male attuale si annida in ogni angolo e lo ritroviamo dietro qualsiasi porta socchiusa, al punto che abbiamo persino paura di aprirla del tutto e di guardare dentro. Di fronte alla preziosa povertà, incastonata nel decoro di un giaciglio di paglia, ecco il nostro uomo moderno che schizza via tracimando la vita stessa degli altri; sorge magnifico il percorso semplice della ricerca di una mangiatoia per far nascere la nuova vita: espressione della santità e della salvezza. Ci crediamo ancora e aspettiamo che almeno un sorriso, correttamente manovrato e indirizzato, possa illuminare un solo uomo altro affinché si possa restituire la fiducia, almeno la speranza. Che Natale sarebbe, diversamente? "El sistema" di Josè Antonio AbreuForse non tutti sanno che El sistema Abreu ha avuto una sua realizzazione anche in Italia. Il canonico Padre Annibale Maria di Francia (dalle case Avignone), divenuto poi Santo (ad opera di Giovanni Paolo II), fu il fondatore delle Congregazioni dei Rogazionisti (rogate ergo) che avevano l’obiettivo di istituire orfanatrofi dove poter studiare, imparare un mestiere artigianale e altro. Istituzioni che hanno operato, e forse operano, con lo stesso spirito educativo e di recupero di Abreu.
Padre Annibale di Francia (1851), nativo di Messina, a seguito di calamità naturali, fu costretto a migrare e, passando dalla Puglia, fu più volte invitato a fermarsi. Vista la notevole presenza di orfani di guerra, la scelta cadde su Oria. Ad Oria Padre Annibale istituì il suo secondo centro meridionale. In quel centro ogni orfanello, oltre a studiare e imparare una attività artigianale, imparava anche uno strumento musicale. Fu costituita una banda, famosa appunto come “La banda degli orfanelli”, che andava in giro per le città della Puglia in occasione delle feste patronali. L’arte, in genere, rimane alla base della formazione e della istruzione, ma soprattutto del recupero del disagio. Ma sentite questa pagina della mia vita d’infanzia, pur non essendo stato un orfanello. Avevo 8 anni, frequentavo la terza elementare, quando una sera vennero a casa dei parenti e conoscenti per invitare mio padre ad iscrivermi alla nascente scuola di musica del paese. Si era costituito una sorta di comitato che si recava nelle abitazioni per invitare I genitori ad iscrivere i loro figli piccoli. Io fui presente a quell’incontro (lo ricordo ancora) in quanto il mio papa non mi lasciava mai da solo e mi seguiva negli studi. Eravamo già amici e mi raccontava delle imprese siciliane dove era in servizio per lottare il bandito Giuliano. Con il patrocinio del Comune, un Comitato promotore aveva deciso di fondare una orchestra musicale di piccolissimi. Ricordo che iniziai subito a frequentare la scuola di musica, in orario serale, e dopo qualche mese di preparazione teorica (Il metodo BONA) mi fu assegnato lo strumento: la tromba in MIb. Nel giro di alcuni mesi l’orchestra di Pulsano (io ero tra i più piccoli, ma i più grandi non superavano 30 anni e suonavano il basso, I piatti o la gran cassa), si presenta alla cittadinanza con una sfilata lungo tutto il corso Costantinopoli, con sosta nella centrale Piazza Castello. Ricordo che fu una attrazione formidabile per il paese e tutti divenimmo ben presto loro beniamini. Eravamo attesi ad ogni manifestazione e questo accresceva in noi la voglia di fare meglio. Passammo dalle marce trionfali alle carole natalizie, dalle marce del Venerdì Santo ai primi intermezzi sinfonici e quindi poi alle opere liriche. In divisa poi, ci sentivamo importanti e quasi ragazzi intoccabili. L’esperienza continuò per alcuni anni e l’orchestra Città di Pulsano migliorava sempre più e girava per la Puglia e la Basilicata. In prima media mi fu assegnato un nuovo strumento. Mi fu detto che ero pronto per il cambio. Fui orgoglioso (ormai conoscevo bene tutti gli strumenti) di avviare l’esperienza del flicorno sopranino: la prima tromba. Fu una esperienza esaltante per le tante piazze del sud e ricordo, come se fosse ieri, il mio primo assolo sulla cassa armonica a Monteiasi, con la Traviata: tutte le feste al tempio. Avemmo molto successo, eravamo sempre in giro e io ero sempre invitato a pranzo dalle famiglie del luogo dove andavamo a suonare in occasione delle feste patronali. Ricordo una volta che, dopo aver eseguito la Marcia trionfale dell’Aida in piazza a Frigole, con la tromba egiziana, quando scesi dalla cassa armonica fui sollevato sulle spalle tanto la tromba era più alta di me. Ricordo ancora di una volta in cui fui prelevato da un signore adulto e accompagnato ad un paese vicino, dove c’era un’altra orchestra, e inserito, per una sera, nelle prove generali di concerto: Manon Lescaut. Quanti interventi in manifestazioni con l’esecuzione del silenzio, dell’alza bandiera, dell’attenti! Questo sogno infantile prima e adolescenziale poi durò fino alla terza media, quando una complesso bandistico di un altro paese voleva acquistarmi come prima tromba, proponendo a mio padre una borsa di soldi al mese. Ebbi paura della proposta soltanto perché andava a infrangere il mio sogno di sempre: fare il professore, nonostante mio padre, che era un carabiniere, voleva che diventassi avvocato. Quello fu un anno molto difficile per la mia tenera età: mio padre, a seguito di un incidente stradale, rimase invalido e la famiglia visse un periodo difficilissimo. Doveva andare così per potermi rafforzare nella vita e per la vita, ma io non smisi mai di suonare. Lasciata l’orchestra, mi pare che poi (ma io non avevo cognizione della politica) la stessa fu sciolta in quanto era divenuta importante e gli adulti cominciarono a litigare e l’impresario a fare l’italiano pigliatutto. Io non lasciai mai la musica; in seguito fondammo un complesso musicale e continuammo a divertirci alla grande con la musica leggera, esibendoci nei locali, nei matrimoni, nei raduni musicali. Era la stagione delle bands musicali e dei Mac p 100. Non ho mai avuto bisogno di denaro! Guadagnavo a sufficienza per pagarmi gli studi e mantenere lo scooter che utilizzavo spesso, di nascosto, anche senza patente per recarmi in paesi vicinissimi e col basco della divisa che ci camuffava da adulti e pensavamo di sfuggire all’alt della polizia. Per fortuna tutto è sempre andato bene fino al conseguimento della patente, anche questa in forma privata. Ho voluto che i miei figli studiassero la musica. Lo hanno fatto spontaneamente e con piacere, ma di certo ho voluto che avessero dentro di loro, e lo custodissero a vita, il seme della creazione dell’armonia dell’anima, così come recita la spiegazione generale della musica: “E’ l’arte dei suoni che esprime I sentimenti dell’animo nostro”; in questo caso la espressione dei sentimenti è sicuramente la migliore che la mente possa esprimere e con essa la manifestazione migliore del divenire e dell’essere uomo. Devo ringraziare sentitamente la Dirigente Roberta Leporati per avermi invitato e per avermi dato questa opportunità di scrivere una pagina della mia vita d’infanzia. Quando mi ha spiegato il motivo dell’invito, sono stato colto subito da un fremito interiore, riferendo di essere onorato. In realtà la Dirigente mi aveva piacevolmente proiettato nel mio passato facendo suonare in me la tromba della realizzazione della mia vita. Ho ripercorso i sentieri del pensiero e dell’agire da bambino, tenendo conto dell’ambiente (allora ancora incontaminato) e delle persone, allora ancora semplici e buone e desiderose di organizzare la vita e abbellirla con iniziative che segnavano il progresso, ma anche la evoluzione delle cose in un periodo difficile della ricostruzione, certamente colmo di speranza. Non ho mai rigettato quella esperienza, anzi ho sempre pensato che la stessa mi avesse conferito una maggiore sicurezza, abbellito la vita, organizzato il mio futuro, del quale ne sono stato unico artefice e durante il quale non ho mai offeso e molestato nessuno, prevaricato alcuno, anticipato altri. Tutto ciò che ho fatto e faccio, lo faccio per invito, il riferimento va naturalmente agli incarichi altri, svolti e in via di svolgimento, come la docenza universitaria a contratto a Ingegneria, agli inviti in convegni, incontri culturali e, non ultimo, l’ufficio che in questo momento cerco di ricoprire con il valore del riferimento, della difesa della istruzione pubblica, dell’attenzione a risolvere tutti I problemi per tutti, senza preferenza alcuna, della formazione del personale, ma solo per il bene della istituzione scolastica jonica. Sono convinto che occorre svolgere ogni cosa, solo e soltanto in pieno spirito di servizio. “We Serve” , dicono in alcuni luoghi, e noi siamo convinti che il miglior servizio che un uomo possa fare a se stesso e alla società alla quale appartiene è, appunto, servire gli altri senza aspettarsi nulla, ma nel rispetto della regola! José Antonio Abreu “Centocinquanta orchestre giovanili e 140 infantili, 250.000 tra bambini e ragazzi che hanno imparato a suonare uno strumento musicale e fanno parte di un'orchestra. Il 'sistema Abreu', cioè il progetto sociale e musicale messo a punto 32 anni fa in Venezuela da José Antonio Abreu. Ha strappato i giovani alle bande criminali, li ha riscattati da una situazione di miseria materiale e spirituale, dando loro la forza per lottare per il proprio futuro e per quello delle persone vicine. Suonare in un'orchestra, spiega infatti il maestro Abreu, è molto di più di studiare la musica. Significa "entrare in una comunità, in un gruppo che si riconosce come interdipendente", perseguire insieme uno scopo. José Abreu, un mito politico, che con il suo “sistema” ha salvato trent’anni di generazioni che sarebbero altrimenti finite in strada per spaccio o prostituzione. Abreu nasce in Venezuela da avi italiani nel maggio del 1939 trascorre la sua giovinezza dedicandosi per metà agli studi di economia ed il resto alla sua passione per la musica. Fu proprio la passione per la musica codiuvata all’interesse per una società civile corrotta e degradata a portare Abreu nel 1975 a fondare El Sistema, che si poneva come intento di distogliere i giovani dalla criminalità travolgendoli con la passione per la musica.El Sistema meglio conosciuto dai venezuelani con l’acronimo Fesnojiv (Fundación del Estado para el Sistema Nacional de las Orquestas Juveniles e Infantiles de Venezuela) conobbe un massiccio sviluppo quando José Abreu divenne ministro della cultura, da tale posizione riuscì a donare tramite finanziamenti governativi uno strumento ad ogni bambino che ne facesse esplicita richiesta.” D.D. “Chiarelli” - Martina Franca - 15.6.2011 Mirò – Lisi “… in blu”Osservi le opere della Lisi e ti chiedi perché sono tutte vestite di blu. I colori sono la lingua segreta della natura, sono la luce, ma la scelta del blu è una condizione dell’anima che passa attraverso la storia e le tradizioni dell’uomo.
Ti soffermi a pensare e realizzi che il blu è una variazione del bianco, come tutti i colori, ma le varianti si riferiscono alla condizione spirituale della persona, al suo temperamento. Il blu greco è il colore della sofferenza: cyanos; il blu latino è candidus, coeruleus: bianco. Un tempo il pallore era considerato simbolo di bellezza e di benessere, proprio dei nobili, in opposizione al colore scuro abbronzante tipico dei lavoratori della terra. Il pallore evidenziava le vene blu e questo permise la dizione di sangue blu, nobile. Il blu cristiano è il colore della vergine Maria: il colore della serenità che invita alla calma e simboleggia la pace. Ma il blu è anche il colore dell’universo, dell’infinito e per questo il colore della natura, della maturità. In psicologia il blu si contrappone al rosso e viene considerato il colore dell’introspezione e dell’infinito, ma anche della malinconia, mentre, in informatica, rappresenta il blocco totale del sistema: Blue screen of death; può anche rappresentare la morte che porta alla resurrezione, non quella del corpo, ma quella dello spirito che veste l’uomo e la sua persona. Il blu rimane il colore primario nella pittura, il colore della narrativa pittorica di Letizia Lisi. Inconsciamente, attraverso le sfumature del blu, ascolti una parola serena e penetrante che ti coglie come espressione viva dei sentimenti e dei valori che una persona adulta e saggia vuole trasmettere. Attraverso il blu Letizia Lisi esprime il suo lato interiore che non è scuro, ma blu luminoso per i molteplici fasci di luce che riesce a sviluppare e diffondere in varie direzioni, sia quando è accompagnato dal bianco, che dal nero e dal rosso. Sono tante le tendenze che Letizia suggerisce e indica, ma tutte convergono alla distensione ed alla luminosità che avvolge il pensiero e gli conferisce nuova produzione. Guardiano eterno rimane l’albero, vigile custode del suo ambiente che non vuole contaminato da niente e da nessuno, tranne che dalla luce del sole che, nel tempo, sorge e si alza nel cielo per rimanere fisso e immutabile all’orizzonte che ora non appare più buio e incerto, ma illuminato e sicuro: qualità che trasferisce all’intero ambiente e all’uomo. Sono motivo di studio i colori della Lisi e, molto spesso, le sue creature nascondono sembianze umane e si vestono a seconda delle stagioni e della luminosità naturale. Nelle creazioni della Lisi si ritrovano alcune certezze, divenute tali per abitudine, ma sono sempre osservate e custodite con gelosia, perché chiunque può contaminarle o portarle via. Ci riferiamo alla intensità dell’espressione dei sentimenti. E’ intenso ciò che è ricolmo: un sentimento, ma anche l’energia di volersi esprimere continuamente, mettendosi in gioco. L’azzurro rappresenta l’origine dal quale attingere gli elementi per potersi esprimere artisticamente e rappresenta il tipo di sensibilità che consente di percepire la realtà esterna oltre i sensi e di proiettare quella propria interiore. Le diverse sfumature del blu rappresentano il sentiero intimo della nostra pittrice che conduce alla ricerca del possibile tutelato, pur sempre consapevole, dal mutare dei tempi, ma (e questo è i suo segreto) riesce con abilità di donna e di mamma a trasformare le sue apprensioni e ad inserirle nell’ambiente che vive e che respira per fissarle sulla grande tela della natura che si arricchisce ulteriormente di questa ulteriore sfumatura del blu in quanto conduttore di esperienze, di affanni e di bellezze che vengono inanellati per correre via nel tempo e rifugiarsi nell’eternità. Questa certezza traspare dalle opere di Letizia Lisi a sostegno della raggiunta serenità, proprio attraverso l’arte che sembra rimanere il suo libro aperto sulla natura e sugli uomini: una sfilata di colori che il portamento rende gioiosi e piacevoli. La intuizione Allora…, ogni intuizione è un mossa intellettuale e senza l’intelletto rimarremmo alla pura e semplice sensazione che potrebbe essere simile al piacere o al dolore, diversamente sarebbe soltanto un alternarsi di condizioni prive di significato e quindi non sarebbe una conoscenza. L’intuizione, come conoscenza e come ragione, appartiene al genere umano e quindi pone l’uomo nella qualità necessaria di agire secondo un piano di logica e di riflessione dal quale emerge il bello, la morale e l’etica; sempre il pensiero appartiene alla contemporaneità e traduce, in termini nuovi, l’attualità con le sue difficoltà e le sue incomprensioni, sia se ci riferiamo agli eventi storici che al divenire della persona che pur deve adeguarsi all’incedere del tempo ed alla evoluzione del bello, compreso il modi di vestire e di apparire. In un momento in cui la parola sembra essere asservita agli interessi personali o di parte, ecco che, come già avvenuto in passato, l’arte, in tutte le sue forme ed espressioni, riesce a dare il giusto senso delle cose e a permettere una diversa visione e interpretazione degli eventi. Ogni esposizione di opere pittoriche è una occasione per ricordare che ognuno di noi può essere osservato e fruito per arricchirsi e arricchire gli altri: una forte occasione di vita in quanto sviluppa una sottile partecipazione e comunione di riflessione, che non è semplice partecipazione o presenza massificante, ma interazione continua e subliminale tra ascolto, visione e condivisione. La conoscenza dell’intuizione di altri diviene nostra intuizione (è il caso della moda) e nostra ragione per costruire la sapienza irradiata dalla bellezza che produce cristianità e amore per l’uomo, facendolo apparire, e auspichiamo credere, bello e presentabile. Forse questo è il senso nuovo e moderno della istruzione, della formazione e della creazione che, per certi versi, sembra sfuggire da una giusta interpretazione. In questo momento particolare della storia, considerare il coro a più voci, significa prendere coscienza della esistenza di un modo di pensare e di interpretare la vita. Attraverso la ispirazione individuale ci viene meno complicato comprendere che esiste sempre una qualche forma di speranza che si annida dentro lo stesso uomo e in esso sono sempre salvaguardati i sistemi di svolgimento delle difficoltà e della giusta interpretazione delle circostanze, come la modernità, particolarmente espressa dalla moda e dal modo di vestire. Sono molti i simboli del discorrere cromatico, e non solo, che svolgono il pensiero contemporaneo e liberano al vento parte di essi per permettere poi all’uomo di poterli incontrare ed essere in grado di fruirli nella maniera più adeguata possibile. Il portamento Ogni creazione è frutto del passato, nel senso che ridetermina in chiave moderna il nuovo, ma a questo “nuovo” si arriva interpretando tutto il pensiero corrente, ogni tipo di egregia esposizione, ogni preziosità creativa dell’arte che, in quanto tale irradia, abbellisce e tiene salda ogni innovazione che vuole apparire un procedere verso la continua interpretazione della vita e dell’uomo. Questo è un motivo per cui l’arte, che accomuna ogni creazione che abbellisce la vita, permea e avvolge ogni attività di ricerca. Un tempo si ricercava la specialità, oggi si cerca l’epistemologia dei saperi nel senso che ogni creazione contiene il senso e l’agire artistico necessari in ogni sviluppo del pensiero e della creatività, non ultimo l’agire per narrativa, dove ogni cosa viene raccontata con la consapevolezza degli sviluppi delle ricerche che, quasi sempre, convergono per creare ciò che attrae e rende seducente: il portamento come il comportamento. Quel pensare in blu continua a conferire luce alle cose che vengono riprese dalla mente e impresse sulla tela, ma anche molta ragione ai motivi stessi della ispirazione: mai per caso in Letizia Lisi. Ma, la creatività in blu sembra conferire una luce particolare all’ambiente, come alla persona che lo veste; il vestire in blu ti riporta alla natura e alla vita, sia alle prime luci dell’alba che al calar delle tenebre; quella luce rimane sufficiente per porre sulle spalle un mantello di dignità e di distinzione in cui la sobrietà e le linee sembrano conferire all’arte-moda una estensione in cui trova espressione il bello del vivere e il bello dell’ essere donna… proprio come Elena Mirò, che pone al centro della sua tavolozza la persona donna e la fa interagire con la natura che la circonda e ci circonda. 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